Nel territorio di Nocera Superiore sorge uno dei luoghi di culto più affascinanti e antichi della Campania: la Basilica Santuario di Santa Maria Materdomini.
Questo complesso monumentale, riconosciuto come Monumento Nazionale e Basilica Pontificia Minore, non è soltanto una meta di pellegrinaggio, ma uno scrigno che custodisce secoli di arte, fede e passaggi di illustri teste coronate. L’atmosfera che si respira arrivando sul sagrato è quella di una spiritualità antica, radicata profondamente nella cultura locale e nella storia del Mezzogiorno d’Italia.
Origini leggendarie: la quercia e la “Cona”
Il cuore spirituale del santuario è l’immagine sacra della Madre di Dio, Mater Domini, in latino, la cui origine affonda in una tradizione popolare molto amata. La leggenda narra che intorno all’anno Mille una giovane contadina, Caramari, mentre riposava all’ombra di una quercia ebbe una visione della Vergine Maria che le indicò di scavare proprio in quel punto. Tra le radici dell’albero fu ritrovata una tela raffigurante la Madonna, protetta da due tavole di castagno. Questa icona, affettuosamente chiamata dai fedeli “la Cona”, divenne subito oggetto di intensa devozione, alimentata da racconti di numerosi miracoli. Sul luogo del ritrovamento fu edificata intorno al 1061 una prima cappella, consacrata da Papa Niccolò II, e da allora il piccolo tempio iniziò a crescere diventando un grande santuario, elevato a basilica nel 1929 e proclamato monumento nazionale nel 1931.
Materdomini fu nei secoli meta prediletta da sovrani e personaggi illustri, che qui giunsero in cerca di guarigione, conforto o protezione. Le cronache ricordano che Enrico IV di Franconia ottenne la guarigione dalla lebbra proprio durante una visita al santuario. I sovrani normanni ebbero un rapporto più complesso: Guglielmo il Malo lo depredò, ma suo figlio Guglielmo il Buono lo risarcì e ne favorì l’abbellimento.
Il legame con la dinastia angioina fu particolarmente intenso. All’interno della Basilica si conserva il sepolcro del piccolo Roberto d’Angiò, figlio di Carlo I e di Beatrice di Provenza, morto a soli sette anni. Anche la regina Beatrice, deceduta nel vicino Castello del Parco di Nocera Inferiore, fu inizialmente sepolta accanto al figlio prima della traslazione in Francia, rendendo il santuario un luogo di memoria familiare per la casata angioina.
Gli interni della Basilica
Entrando nella Basilica si percepisce subito la lunga storia del santuario, riflessa nella sovrapposizione di stili e interventi che hanno modellato l’edificio nel tempo. La navata principale, luminosa e scandita da cappelle laterali, guida lo sguardo verso l’altare maggiore, cuore spirituale del complesso. Qui è custodita la sacra effigie della Madonna di Materdomini, incoronata nel XVIII secolo e da sempre oggetto di una devozione intensa. Attorno all’altare si osservano arredi, iscrizioni e testimonianze votive che raccontano secoli di fede vissuta, tra ex-voto in argento, gioielli e doni lasciati dai fedeli. I restauri del secondo dopoguerra hanno restituito unità all’insieme, conservando però la varietà delle stratificazioni che caratterizzano la Basilica.
La chiesa e il convento furono custoditi nel tempo da diversi ordini religiosi fino ai Frati Minori Francescani che ancora oggi ne garantiscono la cura.
La festa di Materdomini e la devozione popolare
La festa della Madonna di Materdomini rappresenta uno dei momenti religiosi e popolari più partecipati dell’Agro Nocerino Sarnese. Come accade per il Santuario della Madonna delle Galline a Pagani e per il Santuario della Madonna dei Bagni a Scafati, anche qui la devozione si intreccia a un articolato patrimonio rituale fatto di pratiche antiche, musica tradizionale e forme comunitarie di partecipazione. La celebrazione si apre con i pellegrinaggi che, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, conducono centinaia di fedeli verso il Santuario di Materdomini. I gruppi partono da Nocera Superiore e dai comuni limitrofi, spesso accompagnati da carri votivi decorati. Si tratta di una tradizione radicata, che unisce preghiera, cammino e ritualità collettiva. La notte del 14 agosto è caratterizzata da una veglia che unisce momenti di preghiera a espressioni del folklore locale. Il canto “Monacone” è simbolo di questa festa, ed è intonato da devoti e pellegrini all’alba del 14 agosto davanti alla porta del Santuario. Cantando “Scinn scinn zì munacone, scinn arapre ‘stu purtone” si invitano i frati ad aprire le porte del santuario per far cominciare la festa.
Il piatto della festa è la “palatella”, un pane allungato con le estremità tondeggianti, che viene generalmente condito con melanzane sott’aceto (‘a mpupat’) e alici. Questi riti non rappresentano soltanto una manifestazione religiosa, ma anche un patrimonio immateriale che continua a essere condiviso e tramandato all’interno della comunità.
















